domenica 1 dicembre 2013

Chiese dell'Alto Lario

Peglio - Chiesa dei Santi Eusebio e Vittore 

Dal Diario del 22 settembre 2010

Emigranti del Lario a Palermo
Il post viene ripubblicato con lo scopo di fungere da presentazione per la prossima diffusione di un raro documento storico locale (proveniente da archivi dell'Alto Lario), inerente il tema dell'emigrazione cosiddetta al contrario.
 
Scorrendo la descrizione delle 31 chiese, scritta da Mariuccia Belloni Zecchinelli nel libro L'Alto Lario I (dedicato ai comuni della costa occidentale) - Casa Editrice Pietro Cairoli, Como 1970 - l'attenzione cade su una particolarità che accomuna tutti i paesi dell'Alto Lario: la forte emigrazione che c'è stata soprattutto verso Palermo, e in secondo grado di preferenza verso Ancona, di abitanti di questi comuni nei secoli XVI - XVIII.
Nella descrizione molto particolareggiata che la Zecchinelli fa delle 31 chiese, sembra quasi di scorgervi il celato intento di far aumentare l'amore verso le nostre belle chiese, che si sia credenti o meno, e poi sembra voglia ricordarci che ci fu un tempo in cui avvenne l' "emigrazione al contrario", cioè da Nord verso Sud. Quando scrisse quel libro, fine degli anni '60, esisteva già un certo contrasto tra settentrionali e meridionali, anche se quasi sempre manifestato più in forma goliardica che di reale contrasto (gli sfottò erano più che altro gran motivo per innescare ilarità); ma il fenomeno extracomunitari era ancora ben lungi a venire, e non era nemmeno nell'aria. Ora è scoppiato e c'è in ogni dove il tentativo di affiancare moschee alle nostre belle chiese (cliccare qui per leggere un articolo di Nessie). In tale ottica, erano quindi tempi assolutamente non sospetti quelli in cui la nostra Zecchinelli decantava le nostre chiese, poichè il fenomeno immigrazione da paesi extracomunitari - con desiderio da parte loro di impiantare qui le loro moschee - è iniziato solo alla fine degli anni '80.

Tornando alle nostre chiese, e all'unito tema della "emigrazione al contrario verso Palermo", a titolo di eseplificazione dei concetti su esposti trascrivo integralmente il brano che la Zecchinelli scrisse relativamente alla Chiesa di San Pietro in Costa, in comune Dosso del Liro, paese dell'Alto Lario posto a 650 m. di altitudine nella zona di Gravedona.

Già un tempo parrocchiale di Dosso Liro su di un pittoresco dosso roccioso tra due forre dove si dice si rifugiassero i gravedonesi nei primi secoli dopo il mille in caso di guerra sotterrandovi i loro tesori. E' nominata sin dal 1328; ha bella facciatina affrescata a finto bugnato rosso con l'effige di San Pietro ed il monogramma di San Bernardino, sotto al tetto a capanna. L'abside ha un insolito motivo a galleria con due oculi per dar luce all'interno dei tre arconi acuti a tetto in larice affrescato nel cinquecento. Nella zona absidale il Salvatore entro mandorla fra gli Evangelisti ed i Dottori della Chiesa, i dodici Apostoli (1532), un'Annunciazione. Tra i vari riquadri lungo la navata è saliente quello offerto dalla "schola" di Liro in Palermo (la confraternita degli emigrati) a scioglimento di un voto fatto laggiù in periodo di pestilenza (1577). Ancora interessanti i ceppi dipinti su di un affresco, forse offerto da uno di loro per la liberazione dalla prigionia.

Le citazioni di chiese adornate con donazioni di suppellettili, paramenti sacri - fatti da emigrati locali a Palermo, in quei circa 300 anni - proseguono con la

Chiesa di San Donato a Germasino (suo vanto sono i magnifici paramenti antichi a ricamo ed un reliquiario in argento di Santa Rosalia, donato nel 1734 dagli abitanti emigrati a Palermo);

Chiesa di San Giuliano a Stazzona (La chiesa possiede magnifici paramenti antichi e molti oggetti sacri in argento cesellato dei secoli XVII e XVIII, dono dei parrocchiani emigrati a Palermo);

Chiesa di San giovanni Battista a Brenzio, frazione di Consiglio di Rumo (...Ma è più nota per gli affreschi del Fiammenghino (1628) nella cappella di San Giovanni fatta a spese degli emigrati in Palermo, dei quali sono anche reliquiari e paramenti della stessa origine).

Chiesa di Sant'Eusebio a Peglio (... La croce astile e gli altri oggetti sacri tra cui un bel turibolo ed una raffinata navicella in argento - sec. XVIII - sono dono dei pegliesi emigrati a Palermo).

Chiesa parrocchiale di Vercana
Nativo di Vercana fu nel secolo XVIII il pittore Antonio Maria Caraccioli, detto il "Caracciolo da Vercana", emigrato a Palermo intorno al 1770, e che lasciò vari affreschi anche nella parrocchiale del suo paese natio. In questa chiesa gli emigrati a Palermo offrirono nel 1640 la cappella del Rosario, ed in quella della frazione di Caino un reliquiario, paramenti (1697) ed una bella statua barocca in legno dorato di Santa Rosalia.

Chiesa della Madonna delle Grazie di Trezzone
(Piccolo comune sui monti di Sorico, ... , nel XIII secolo era un importante Comune, ... . Anche da qui si verificò dal XVI al XVIII secolo una forte emigrazione verso Palermo).
La chiesa fu eretta in parrocchia nel 1560. Conserva due quadri ad olio del pittore Caracciolo da Vercana, un reliquiario di Santa Rosalia ed il completo dei paramenti funebri recanti scritto "Scola Panormi" che li rivela dono della confraternita dei parrocchiani emigrati a Palermo.

Chiesa di San Martino di Montemezzo
... Fra gli altri affreschi, quelli delle cappelle, di cui una del Caracciolo da Vercana, furono offerti dagli emigrati ad Ancona ed a Palermo, ai quali si devono anche la grande lampada in argento ed i ricchi paramenti.

martedì 5 novembre 2013

Più fumo che arrosto - origini del detto

 
Corneliano Bertario (Parco Adda Nord) - Castello Borromeo XIV sec.

L'antica prassi che ha dato origine al famoso detto "più fumo che arrosto" è il "launechild".

Il launechild è voce longobarda ch'ebbe molta fortuna. Il termine ebbe dapprima un significato di dono vicendevole o in certo qual modo il prezzo o la caparra della cosa donata. Poi assunse il significato sempre più simbolico: un pizzico, un riccio di capelli, un uovo e perfino il fumo d'un cappone cotto. Il che valse a introdurre il detto "in quella faccenda c'è più fumo che arrosto".
 
In una Cartula promissionis (compromesso) redatta in Corneliano (Milano) nel gennaio 1023 (documento citato anche in questa pagina di Wikipedia) dal notaio Arnaldo, e giudice della Casa imperiale, 
 
tal Oddone figlio del fu Bertario del luogo di Cornegliano, di legge longobarda, promette a Ugo, suo fratello e pure figlio del predetto Bertario, di non far causa per la metà dei beni posseduti da esso Ugo nei luoghi e fondi di Rovolo (Rogolo) Travanula (Traona) e Melle (Mello) in Valtellina. Come pegno della promessa si pratica il launechild.

I fratelli erano in lite per una questione di eredità sui suddetti beni di loro padre. Si rappacificarono e, come simbolo della promessa pace, praticano il launechild, con un capello, che Oddone consegna al fratello Ugo come pegno della promessa fatta.  

Spunto e corsivo da una pagina del libro "La sepolta Olonio e la sua Pieve" - Raccolta Documentaria Preistoria e Storia - di Martino Fattarelli.    



martedì 14 maggio 2013

Castel de Piro al Grumello (So)

Castel De Piro al Grumello

Castel De Piro al Grumello - Foto 1Castel De Piro al Grumello - Foto 2

In attesa di approfondirmi sulla storia di questo castello, ne copio-incollo un breve sunto dal sito Valtellina.it. Non avendone ancora certezza, è però assai probabile che la sua storia sia intrecciata con quella del Medeghino, la cui fortezza si trovava a Musso, in provincia di Como, poco distante da Colico. La fortezza del Medeghino fu anch'essa abbattuta in quel periodo per assecondare la volontà dei Grigioni svizzeri (vedere Musso e il Medeghino).

Il castello sorge in posizione strategica, nel Comune di Montagna in Valtellina, su un promontorio dal quale si domina la città di Sondrio e un gran tratto della valle
Conosciuto come Castel Grumello per via del dosso roccioso sul quale è costruito, fu edificato tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento dalla famiglia comense dei De Piro, di parte ghibellina e quindi avversa ai guelfi signori di Sondrio, i Capitanei.
Il castello sorge in posizione strategica, nel Comune di Montagna in Valtellina, su un promontorio dal quale si domina la città di Sondrio e un gran tratto della valle. E’ a una struttura gemina, vale a dire un fortilizio circondato da mura e composto da due costruzioni che ancora conservano i merli ghibellini a coda di rondine: quella ad occidente, come suggeriscono l’ingresso arcuato, le ampie aperture e i ruderi di una sala con camino, doveva avere carattere prevalentemente residenziale, pur essendo comunque dotata di una torre con feritoie per il corpo di guardia. Quella ad oriente, costruita con massi ben squadrati, aveva funzione militare e comprendeva un’alta torre quadrata di avvistamento e numerosi ambienti distribuiti su più livelli.
Come la maggior parte delle altre strutture fortificate della valle, castel Grumello fu demolito nel 1526 dai Grigioni, ma doveva essere uno dei castelli più grandi della provincia e comunque, stando agli scavi archeologici in corso, più ampio di quanto si sia creduto finora.

venerdì 29 marzo 2013

Milano in età Romana: IL PORTO


 
Dal Diario del 24 marzo 2008
 
In età pre Romana, e fino ad un certo momento dell'epoca Romana, a sud-est di piazza Duomo, a Milano, esisteva un laghetto naturale formatosi da un allargamento del fiume Seveso. Esso era localizzato in un'area compresa tra le vie Francesco Sforza, via Pantano, via Larga e via Laghetto: in pratica nel riquadro dove è situata l' Università degli Studi di Milano (la foto qui sopra, che dovrebbe rappresentare l'interno di un cortile universitario, è stata ripresa dalla lettera di presentazione dell'ateneo con annessa storia dello stesso. Il documento, in rete fino a qualche giorno fa, non è più reperibile). Via Pantano e via Laghetto, nomi di due strade che si trovano sulle sponde opposte di quell'antico laghetto, ci ricordano quel sito storico. E' assai probabile che, a quell'epoca, nei momenti di piena, le zone circostanti il fiume e il laghetto venissero sommerse. Fu durante un'alluvione di eccezionale portata, quella del 53 d.C., di cui si hanno notizie storiche certe, e ricordata anche in http://www.storiadimilano.it/ , che Milano andò "sott'acqua" subendo danni inimmaginabili. Dopo quell'evento si decise di dar mano a imponenti opere di assetto idrogeologico della città. E fu così che si pensò, forse, e in quella occasione, alla realizzazione di quel capiente canale navigabile e di quel ponderoso porto, che, si presume fu il catalizzatore del grande sviluppo registrato dalla città di Milano nei quasi quattro secoli successivi.
E' da ricordare che parallelamente a Milano, si andava sviluppando la città di Treviri, città strategica per Roma. Essa era ricca di edifici pubblici e monumenti, molti dei quali si trovano tuttora in un ottimo stato di conservazione. La Treviri attuale può così fornirci un'idea, seppur riduttiva, di come possa essere stata Milano in quell'epoca.

Al culmine dei lavori di abbellimento della città, nel 93, sotto l'imperatore Traiano fu dato inizio alla costruzione dell'anfiteatro che per dimensioni risulta essere stato il terzo, sui circa 220 presenti su tutto il territorio dell'Impero Romano. E se, dalle dimensioni dell'Arena si poteva presumere il grado di importanza della città, possiamo desumere che Roma avesse un occhio particolare per Milano già dai primi anni dell'impero (forse ne intravedeva già l'importante posizione strategica, rivelatasi in pieno tre secoli dopo). Dalla seconda metà del I secolo Milano conobbe l'inizio di un periodo di grande sviluppo urbano, tanto da essere scelta come dimora degli Imperatori Romani dal 282 fino al 402. La presenza di imperatori a Milano presupponeva vi fossero imponenti edifici pubblici, secondo i costumi dell'epoca, consoni ad una capitale imperiale. Alla fine del I secolo fu iniziata la costruzione dell'anfiteatro che, per dimensioni, risulta essere stato il terzo su un totale di circa 220 anfiteatri censiti in tutto l'Impero Romano, di cui si hanno notizie certe. Il suo completamento richiese oltre un secolo di lavori, ma è andato tutto perduto. Sembrerebbe che le dimensioni degli anfiteatri venissero stabilite in base all'importanza assegnata alla località. L'Anfiteatro milanese veniva dopo quello di Roma (Anfiteatro Flavio o Colosseo) e quello di Capua. A Milano faceva seguito quello di Verona (diametri esterni, metri 152 x 123, contro i 155 x 125 per quello di Milano), di poco inferiore per dimensioni a quello di Milano. L'Anfiteatro di Verona, conosciuto da tutto il mondo come Arena di Verona, può così darci un'idea visiva di come sarebbe stato l' Anfiteatro di Milano (detto anche Arena).

Massimiano, (imperatore dall'1/3/286 al 305) che aveva fissato la sede imperiale a Milano (foto in alto: resti del Palazzo Imperiale. Fotografia di Stefano Gusmeroli), dotò la città del Circo, costruendolo di fianco alla propria dimora, affinchè lo potesse raggiungere senza dover "passare per strada". Il Circo di Milano era il più grande (metri 470x 85) dell'epoca della tetrarchia. Di esso sono rimasti soltanto i ruderi ed una delle due torri monumentali, inglobata in un monastero nell'VIII secolo a costituire la torre campanaria, che facevano parte della struttura circense. I circhi erano strutture con costi altissimi per il mantenimento dei cavalli; tanto che potevano essere mercè soltanto di imperatori. E infatti, in tutto l'Impero Romano, i circhi più importanti, quelli dalle dimensioni grandiose, si trovavano a Roma (il Circo Massimo), a Costantinopoli e a Milano, che erano, appunto, sedi imperiali.

(segue)

martedì 19 febbraio 2013

Il Don Rodrigo Francesco Seccoborella


"...Taluni però di quei fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora in quel modo..." (I Promessi Sposi - introduzione)

La strada che da Ornago va a Bellusco, al tempo dei "Promessi Sposi" era immersa in un fitto bosco che rendeva difficilmente individuabile una costruzione che vi fosse immersa. Ornago e Bellusco sono due comuni del Vimercatese, ad est dell'omonima città. Ornago oggi conta circa 5000 abitanti, ma a quell'epoca contava forse appena qualche centinaio d'abitanti. Questi, stando agli indizi forniti dalla lettura del verbale di cui sotto, pare vivessero in condizioni assai disagiate, soggetti a prevaricazioni, angherie e soprusi di ogni genere da parte del signore locale, Francesco Seccoborella. Costui apparteneva all'omonimo casato dei Seccoborella di Vimercate, del quale s'è trattato nel post precedente. Francesco Seccoborella, la pecora nera della dinastia millenaria, era stato artefice e mandante in un fattaccio di cronaca, che avrebbe potuto ispirare la figura del don Rodrigo manzoniano: rapimento, segregazione, violenza carnale prolungata e continuata per anni verso una giovane donna coniugata; violenza e minacce di morte al marito della vittima, tanto da costringerlo a fuggire lontano da casa per non rischiare di venire assassinato. Nonostante le continue denunce e suppliche da parte della madre, le autorità non riuscirono o non vollero porre fine alle angherie e ai tormenti della famiglia del giovane ornaghese. Insomma, il Seccoborella spavaldamente non si curava della legge. Uccise poi anche suo padre, per impossessarsi anzi tempo dei beni di famiglia, al che la giustizia si mosse in forza, riuscendo a stanarlo e catturarlo.
Il documento, contenente la denuncia della madre della vittima, è conservato nell'Archivio plebano di Vimercate, e riportato integralmente nella ponderosa Storia di Vimercate, alle pagine 563 e seguenti. Esso è rivelatore del clima in cui vivevano alcuni signorotti - non solo il Seccoborella - sulla fine del Cinquecento e nei primi decenni del secolo successivo, che si beffavano impunemente della legge.
Il libro, pubblicato nel 1975 dall'Editrice Luigi Penati e Figli di Vimercate, è dello storico Eugenio Cazzani. Come si può dedurre dall'introduzione dei Promessi Sposi, la vicenda fa parte di quelle che avrebbero potuto ispirare la figura di don Rodrigo. Infatti, si ricorda che fin dai tempi dell' Accademia dei Pugni i fratelli Verri erano stati amici di Cesare Beccaria, nonno materno di Alessandro Manzoni, i quali avevano vaste proprietà terriere ad Ornago. E' poi nota la passione giovanile di Giulia Beccaria per Giovanni Verri, il più giovane dei quattro fratelli, e quindi il Manzoni potrebbe aver appreso quella storia già da bambino, durante una visita con la madre nel vimercatese.
Riprendendo il filo della storia, in seguito a quel fattaccio del Seccoborella, e ad altri consimili avvenuti in quei decenni nella Lombardia Spagnola (uno di questi è raccontato da Antonio Balbiani nel suo Lasco il bandito della Valsassina), costrinsero il governatore di Milano, Conte di Fuentes (qui) (e qui) ad emanare la famosa grida manzoniana "Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda...e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernicioso...successivamente emanò una nuova grida, nella quale aggiungeva ...con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite."  
    

Ornago - Il palazzotto di Francesco Seccoborella trasformato in cascina agricola (foto di Gabriele Solcia - da Panoramio)

Nel 1595 “havanti il Signor Giudice Suarez compare Angela di Solari, figlia quondam Agostino, habitante in Vimercato, et con grave querela espone in questo modo; e che havendo essa esponente un solo figliolo per nome Rugier Berna, giovane de circa 18 anni, esso figliolo si maritò che sono forse tre anni, in Caterina Spresegia, giovina di buon aspetto, allevata de buoni costumi nel monastero de Orsoline, (S. Gerolamo) in Vimercato; et vivendo quietamente nella casa loro in detto loco de Vimercato, dove è feudatario il Conte Ludovico (Francesco) Secco, giovane molto dissoluto et fatto formidabile et insoportabile per le sue male qualità non solo a suoi sudditi ma abboritto ancora da ogniuno che la (lo ha) praticato.
Ecco che detto Conte Ludovico (Francesco) preso damore (!) della detta Caterina cercò ogni via per ridurla a compiacerlo; ma essendo lei sempre stata reticente, esso Conte ridotta alla sua devotione la matrigna d’essa Caterina et una sua sorella detta la Barbos, in casa di quali habitava essa Caterina, et corrote con danari et presenti introdussero detto Conte dalla detta Caterina et così per forza et con minaci, metendogli il pugnial alla golla et con agiuto da essa sua matregnia, compiti i suoi sfrenati dessiderij et al fine accortesene detto Rugiero suo marito, ecco che detto Conte una notte con comitiva de gente andò alla casa di detta Caterina et per forza la condusse a casa sua in Vimercato, dove la (l’ha) tenuta più di un anno senza alcuno timore de la giustizia divina né humana, non ostante che più volte per gli ministri di santa Chiesa gli sia stato comandato sotto gran penna che la mandasse via, il che però mai ha voluto hobedire facendo professione de non hobedire ad alcuno superiore; et il giorno di Natal passato essa Caterina glia (gli ha) partorito uno figliolo come è nottorio.

Dappoi che detto Conte hebbe in casa sua detta Caterina sua suddita et tratenedola al dispetto del marito, qual non osava parlare né lamentarsi di tal opressione, occorse che l’anno passato in tempo del carnovale facendosi una festa in casa de Vitorio Galarato speciaro in Vimercato, detto Rugiero hauto notizia che detto Conte voleva condure a detta festa mascherata detta Caterina sua moglie, andò alla detta festa et pigliata in ballo una maschera chredendo fosse sua moglie, detto Conte subito sfodrò il pugnale, tirò molti colpi ad detto Rugiero et lo feritte malamente sopra la testa; ma in questo non fu fatto altro processo perchè il pover homo non osava comparere, anci bisogna andasse nascosto hor qua hor là perché detto Conte lo perseguitava per farlo amazzare, del che ne havea grande paura, si per essere esso Conte molto diabolico e bestiale come che era fomentato de alcuni malviventi e banditi paurosi che teneva in casa continuamente in detto loco de Vimercato suo feudo; fra questi David Legniano da Gropello bandito per homicidio d’animo deliberato proditoriamente comesso, delli quali esso Rugiero non ne poteva pretendere ignoranza perché sino l’anno 1593 che detto Rugiero praticava familiarmente in casa di detto Conte, vedeva, trattava et praticava con essi banditi non sapendo che fosero come hanno fatto molti altri de Vicomercato, dei quali esso Conte si serviva per dare et oltraggiare hor ferite hor bastonate a questo et quello in Vimercato, conducendoli ancora seco di notte palesemente con harchibusi da roda ancora sopra le feste con un puocco scandello de popolo ridotto a termine (che) se ben ricevevano offese et oltraggi non osavano favellare.
Hora il povero giovane ridotto in estremità, desfatta la casa né sapendo come salvar la vitta sua, fu forzato partirsi et andar alla guerra metendosi nella compagnia de cavalli del Segnor Hercule Gonzaga, dove è servito molti mesi in Piamonte et Savoia, et avendo scoperto che detto Conte avea datto mandato di amazarlo atalcun soldato, si aguardò per molto tempo, ma redotosi a una grave infermità et in stato tale che non era per combattere né per resistere se gli fuse hocorso qualche disgratia, deliberò partirsi, né puotendo haver licenza, redotto quasi ad estremo, senza licentia se ritirò dal servitio et al presente è ancora infermo fuori de Stato (di Milano) et se gli sarà concesso che possa comparere sicuramente, metterà in luce tutte le predette cose.
Per ciò ritrovandosi prigione detto Conte, hora al Capitano de giustizia per suoi misfatti esponente in absenza et in nome del detto suo figliolo ha esposto tutte le predette cose aciò che detto Conte habbia il debito castigho, facendo mettere in sicuro detta Caterina perché detto Conte e suoi agenti non la facino disperdere esendo lei informata delli mandati datti per il Conte d’amazar detto Rugier et delli banditi rettenuti in casa sua et altri de portatione darchebusi da roda in fatti desso Conte, prevedendo ancora alla sicurezza del esponente et suo figliolo, acetando che sempre detto Conte è talmente furibondo che presupone che nisuno gli habbi a comandare come più e più volte pubblicamente à detto ne mile occasioni che alli pari suoi né officiali né il senato né mancho il Principe ma sollo il Re, et in segnio di verità veghasi ne le mani del nottario Merone che ghe un processo contra detto Conte ancora pendente, così comandò de tre milla scudi che non vada a Vimercato per ordine del Senato né mai ha voluto obedire; et nelle mani di Gio Francesco Giusano notaro pende un altro processo con una sicurtà de mille scudi che fosse obbligato andare a Roma per ordine del Senato et niente di mane (!) che sprezando ogni cosa non ha voluto obedire, anci tornato a casa sua usò termini molti inconvenienti alla Contessa sua Madre come questa per processo pendente in mano al notario Verano; et di più puoco fa per ordine del Senatto sequestrato in casa in Milano sotto penna (di) due milla scudi né mai ha voluto hobedire, anzi è andato dove ghe parso et per segnio poco in Milano, ferito sopra la testa de animo deliberato un procurator de Vimercato come è notorio, lasando che più e più volte à tentato tossicar la madre et il fratello minore per restare sollo, come tutta la terra de Vicomercato et molti principali in Milano ne sono informati.
(Per) le predette cose si potriano esaminare Giuliano Sovatino et suo figliolo maggior, che altre volte praticavano in casa del detto Conte, Margarita da Galbiate fantesca già del detto Conte che ora è in cassa della Contessa sua Madre, Gio Ambrosio Canturino che di presente è in cassa di detta Contessa, Girolamo servitor del detto Conte, il Fascinetto servitor di detto Conte, Cesare ucelatore desso Conte, il Moretto già servo del detto Conte hora servo a Nicola Antone Oratio Aizurij detto Gambasino suo prestinaio in Vimercato, ma per haver la verità da sudetti bissognia de in proviso farli retenere et usarli delligentia altriamente non si troverà conto alcuno per la paura chano del Conte suddetto":

Immagini:
- Renzo e Lucia al Lazzaretto - dal sito Bassilo.it  
- Don Rodrigo - dal sito  Wikideep.it
Link correlati: Lombardia beni culturali - Parco del Rio Vallone

Dal Diario 18 novembre 2011

mercoledì 13 febbraio 2013

Forte Fuentes - Colico

Questo post è anticipatore per quanto scriverò a proposito del Castelvedro di Dervio. Le foto sotto sono state scattate da Angela Acerboni nel mese di settembre 2010, ed oggi potrebbero risultare un poco superate, perchè il sito, dopo la pubblicazione di vari post su vari blog, ma soprattuto dopo il servizio che gli ha dedicato Striscia la Notizia nel maggio 2011, è stato reso più fruibile. Ci si augura che lo stesso possa accadere per il Sasso di Musso e per il Castelvedro di Dervio, che quanto ad età è molto più datato dei due.
 
Forte Fuentes  


 Retro del palazzo del governatore


 Locali presso l'ingresso

 Palazzo del Governatore

 Interno chiesa di Santa Barbara

 Chiesa di Santa Barbara

 Alloggiamento dei soldati

Partito in segretezza da Milano sul finire del mese di ottobre 1604, fece tappa a Como per ispezionare le truppe ivi stanziate, il 3 novembre era a Gravedona, da dove, in barca e con sole tre persone al seguito, pervenne al Forte la sera: Forte Fuentes.

Non dev'essere stato facile per un settantacinquenne affrontare quello che per quei tempi sarebbe stato un lungo e faticoso viaggio, fatto a dorso di cavallo d'ordinanza e barca. Ma non era andato a Colico per godersi uno fra i tanti più bei panorami del mondo - quello che si gode dal suo lungolago - bensì per controllare coi propri occhi il risultato della sua cocciutaggine. Cozzando contro il volere dei confinanti Grigioni Svizzeri, che non vedevano di buon occhio la creazione di una fortezza al confine col loro stato, aveva voluto tenacemente la creazione di quel gioiello dell'architettura militare.
Fin dai primi tempi della dominazione spagnola Milano era stata messa in sicurezza, chiudendola entro possenti mura, che sono tuttora motivo d'orgoglio per milanesi e spagnoli nostalgici. A tal proposito sarà bene ricordare che le Mura Spagnole di Milano (delle quali però non è rimasto praticamente più nulla) sono state la più grande opera civile realizzata in Europa nel XVI secolo. Resa inespugnabile la città, bisognava ora coprirle le spalle da eventuali invasioni massicce e su larga scala. Il punto cruciale, il più facile dal quale sarebbero potute agevolmente passare orde invadenti, sarebbe stata la punta all'estremo nord del lago di Como, là dove convergono tre valli distinte, dai cui passi alpini potevano infiltrarsi gli eserciti o le bande provenienti dal centro-nord Europa. Il punto più debole dell'anello era appunto Colico, o meglio quel tratto di terra che in ricordo degli spagnoli del Fuentes ha preso il nome di Pian di Spagna. Zona strategica, e nello stesso tempo malarica a quei tempi. Un agguerrito avamposto militare dislocato in tale zona avrebbe potuto controllare e sbarrare il passo a forze nemiche provenienti da nord attraverso i tre più facili punti d'accesso della Val Chiavenna, Valtellina e Passo San Jorio.

Il Conte Fuentes, divenuto governatore di Milano in tarda età, al termine di una gloriosa carriera militare, avendo intuito delle macchinazioni in corso tra francesi e grigioni per annettersi, riprendersi o conquistare le tre valli suddette, con conseguente perdita anche di tutto l'Alto Lario, ruppe perentoriamente gli indugi e decise su due piedi per la costruzione di una grande fortezza a Colico; mandò subito esperti militari a sondare luogo e posizione e ad appena sette giorni dalla decisione fu data piena attuazione al progetto, informandone il Re di Spagna a cose compiute. La prima pietra veniva posta il 28 ottobre 1603 alla presenza del Governatore di Como in rappresentanza del Fuentes. Dopo neanche un mese di lavori, il 24 novembre, volendo vi si sarebbe già potuta installare stabilmente una guarnigione di soldati.

Agli appassionati di storia lombarda consiglio la lettura del seguente post, Il Conte di Fuentes,
dove ho trascritto pagine da un libro raro e introvabile (ne esiste una sola copia in una biblioteca del lecchese, tra l'altro consultabile solo in loco). Vi ho copiato la storia del Conte di Fuentes e quella della costruzione della fortezza, delle quali questo post è un breve saggio, tralasciando però di ricopiare testo e tabelle dei corposi 11 allegati dell'intero capitolo.

Tralascio i racconti della breve vita del forte e vado al suo epilogo. Con l'arrivo degli austriaci, il Forte fu dichiarato inutile dal punto di vista militare (un pò come la Linea Maginot dei tempi più recenti) e se ne stabilì l'abbattimento o la vendita. Si optò per la vendita che pare si sia aggiudicato l'ultimo Governatore della fortezza stessa, il colonnello Schroder, che aveva agito per il tramite della prestanome Anna Casanova vedova Campioni. Con l'arrivo di Napoleone sulla scena europea, questi, per assecondare un desiderio dei vicini Grigioni, in cambio della loro neutralità ne ordinò la distruzione. Distruzione che avvenne per il tramite di agguerrite squadre di devastatori Grigioni (ben lieti di assolvere al compito da tempo agognato). Alle spese per la distruzione fu obbligato lo stesso popolo comense che aveva a suo tempo pagato per la sua costruzione.
Nel post Dresda e Lodi, città del fato scrissi che, secondo una mia tesi, nel bene e nel male il mito napoleonico era nato a Lodi. Tra le sue pagine nere vi è senzaltro da ascrivere l'abbattimento di Forte Fuentes, il quale, se invece fosse ancora in piedi, sarebbe già da tempo iscritto nel novero del Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'Unesco, anzichè essere ridotto a ruderi come da foto. Ruderi sempe più difficili e costosi da conservare, e dove la vegetazione sta lentamente prendendo il sopravvento su tutto.
Le foto sono state offerte da Angela Acerboni che ne rivendica il Copyright

martedì 12 febbraio 2013

Musso e il Medeghino

In primo piano, il Sasso di Musso (foto di Angela A.)

Premessa: per ragioni di brevità dovrò tagliare in molti degli argomenti trattati, specie in quello accennante al grossolano accostamento che vi ho scorto con Cesare Borgia, il Valentino. Per coloro che volessero approfondire l'argomento "storia del Medeghino", consiglio intanto la lettura di due capitoli di una Storia della Valsassina, qui trascritti integralmente (cliccare qui). Sono scritti nel simpatico italiano di allora, di 170 anni fa. Probabilmente è la stessa forma linguistica usata dal Manzoni nella prima versione dei Promessi Sposi, che tra l'altro è citato in questa storia della Valsassina, per essere l'autore di un romanzo, ancora poco conosciuto, ambientato nel lecchese. La lettura dei due capitoli sarà occasione per un modo simpatico di scoprire l'evoluzione apportata alla nostra lingua nel frattempo. Sullo sfondo: Musso, Stazzona, Dongo (foto di Angela A.)

Musso è un comune di appena 1067 abitanti, dislocati in sei frazioni che in tutto occupano 4 kmq. E' situato sulla costa occidentale del lago di Como, tra Dongo e Pianello, ovvero tra Colico e Menaggio, appollaiato ai piedi di un lembo di terra rocciosa che s'insinua come un sasso dentro il lago. Quella roccia, che fin dal tempo dei Romani ha ospitato cave di pregiato marmo bianco, ha assunto l'emblematico appellativo di "Sasso di Musso". Questo minuscolo paese, strategicamente molto importante per l'Impero Romano, ha vissuto un momento di gloria nel primo quarantennio del XVI secolo. La storia che vorrei dipanare, su quanto accaduto a Musso in quel periodo, sembra uscire dalla mente fantasiosa di uno scrittore, e invece è storia vera e documentata. Dubbi potrebbero venire dal fatto che del personaggio non ho trovato la benchè minima traccia nè nei testi scolastici delle scuole di grado superiore del mio periodo, nè dalle più documentate enciclopedie uscite negli anni '60-'70 (esclusa la Treccani, si suppone). E questo sarà forse stato perchè il personaggio in questione è più ricordato come un personaggio piratesco e banditesco, che non un personaggio principesco.

Per dar corso al progetto che forse aveva in animo, il ventiquattrenne milanese Gian Giacomo De Medici nel 1522 prese di mira il Sasso di Musso, riuscì a battere furbescamente l'impenetrabilità della fortezza e vi si insediò divenendone il signore assoluto.

Quel Sasso, o monte è facile da ammirare; porta infatti impresso nel suo fianco una vistosa lacerazione, come uno squasso, ricordo delle antiche cave di marmo bianco sfruttate fin dall'epoca romana. Il turista che lo volesse individuare non ha che da percorrere la strada panoramica, la provinciale 72 Lecco-Colico, nel tratto Dervio-Dorio, e volgere lo sguardo verso la riva opposta; vedrà quel lungo squarcio bianco sul fianco di una montagna: là sotto c'è Musso.
Gli avvenimenti del periodo del Medeghino ebbero dello straordinario, non solo per la piccola comunità mussese, ma per tutti gli abitanti del lago e della Brianza. Lo afferma anche lo scrittore della Storia della Valsassina all'inizio del VII capitolo del III libro: ...I fatti che io vo in questo e nel successivo capitolo a narrare sono di un’importanza comparabilmente maggiore degli altri esposti nel presente libro. Imperciocchè racchiudono essi un nuovo periodo di indipendenza dei Valsassinesi e le ultime prove del valore e della gloria loro....

Per inquadrare il personaggio Medeghino basterebbero le parole profferite da Polidoro Boldoni, personalità di Bellano, in risposta all'offerta fattagli dal Medici per la mano di una sua sorella ancor nubile: "Non voglio in vita mia contrarre affinità ed amicizia con ribelli e con ladri". Ma sarebbe stata troppo dispregiativa, e il Medici, che non se ne lasciava scappare una, appena potette si vendicò di quella risposta.

Un altro storico del suo tempo aveva scritto di lui: “Nato in un secolo in cui unica virtù degli ambiziosi era l’accortezza e la fortuna, unica lode il riuscire, ed abilità chiamavasi ogni mezzo inonesto, tristo, immorale e scandaloso; sulle orme del troppo famigerato Duca Valentino, sentivasi atto a tutto osare per arrivare al suo scopo che era il dominio”. Dall'analisi di tale passaggio avrei riscontrato un sia pur grossolano accostamento col Valentino, ma tralascio di parlarne per ragioni di spazio. Però, al contrario che nel Valentino, nelle vene del Medeghino doveva scorrere anche sangue gentile, dal momento che una sua sorella, andata in sposa al conte Giberto Borromeo, generò San Carlo Borromeo.

Preso possesso della rocca di Musso, il Medeghino operò una completa trasformazione del borgo, insediandovi le più disparate attività "industriali". E' un altro storico che ne parla: Oltre che per terra, il Medeghino si era reso forte e temuto per tutto il lago, con la creazione di una potente flotta munita di ottime artiglierie, fatta allestire in loco da artefici genovesi. Con essa corseggiava, da vero pirata, tutto il lago, tenendolo in soggezione.
Trasformò pertanto la Terra di Musso, ai piedi della sua fortezza militare, in un autentico centro industriale, dove accanto alle fornaci ed ai cantieri navali veri e propri, sorsero officine, laboratori e manifatture complementari.
E un altro ancora, il Bazzoni, scrive:
“Fece esso erigere arsenali in vari siti, e chiamovvi uomini periti nelle arti marinaresche per dirigerne le opere. Il più vasto però e il più d’artefici e d’attrezzi provveduto era quello di Musso, siccome prossimo al castello, e perciò con maggior facilità difeso e guardato.
Maestro Onallo, il Genovese, che n’era capitato, lo aveva conformato a perfetta somiglianza degli arsenali di mare. Era quello un edificio di non molta larghezza, alquanto lungo, e in varii scompartimenti diviso, ciascun dei quali conteneva un’officina d’arte diversa, spettante all’armeria od alla nautica.
Quivi erano macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le gomene e il cordame minore pei fabbri: quivi scortecciavansi gli olmi ed i pini per l’alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per calata fare e rimpalmare i legni.
Trovavasi in quell’arsenale il quartiere degli spadai, dei fabbricanti delle alabarde, degli archibugi e di altre simili armi da bra

C'eran quindi tutte le premesse affinchè il De Medici potesse aspirare a crearsi un suo regno. La capitale iniziale, come in tutte le favole a lieto fine, poteva anche essere il minuto borgo di Musso, per poi aspirare a Milano, visto che era già diventato marchese di Lecco per nomina imperiale. La già avvenuta conquista di Monguzzo col suo castello, nell'Alta Brianza, avrebbe potuto spianargli la strada verso Milano, dato che si era anche impadronito del sito preistorico del Buco del Piombo, presso Altavilla, adatto rifugio dopo le sue rapide incursioni nel Milanese. E da Milano eventualmente poi?...
...Ma qui andiamo nel campo delle ipotesi più irrealistiche, ma forse neanche tanto. Avrebbe forse potuto far giungere all'unità d'Italia con trecento anni d'anticipo? Due i fatti importanti che potrebbero avvalorare tale ipotesi. Il Medeghino, estromesso da Musso, sopravviverà ancora 23 anni, continuando a combattere alacremente nel frattempo. Dopo i tentativi andati a male al Valentino e al Medeghino l'Italia continuerà a rimanere frazionata in un rivolo di stati, per lo più in mano straniera. Pensate solo a Milano, che dopo l'epoca del Medeghino era passata agli spagnoli, quindi agli austriaci, poi a Napoleone e quindi ancora agli austriaci. E solo nel 1861, con l'unità nazionale, giungerà la liberazione definitiva da essi, per quasi tutti.

Tornando un'attimo indietro, alla bella favola che fu la rocca di Musso, essa era talmente inespugnabile da dar fastidio alle maggiori potenze del momento, intente a spartirsi o a disputarsi l'Italia: la Spagna di Carlo V, la Francia di Francesco I, la Serenissima dei potenti dogi, i Grigioni svizzeri, la Milano degli ultimi Sforza. Fu così che per levare di scena l'incomoda fortezza del Medeghino, offrirono a lui un'enorme dote in denaro (35.000 ducati d'oro) e il marchesato di Melegnano col suo castello. Ai contendenti non parve vero di essersene liberati. Tant'è che via lui provvidero a cancellare dalla faccia della terra l'antica imprendibile fortezza, le cui origini potrebbero anche risalire alla notte dei tempi, quindi prim'ancora dell'arrivo dei Celti. Della fortezza del Medeghino, contenente sicuramente reperti dell'epoca Gallo-Romana ed oltre, pare non sia rimasto più nulla, neanche una traccia, fuorchè l'oratorio, luogo sacro entro le mura dell'antica fortezza, abbattuto in seguito per erigere la chiesa di Santa Eufemia sopra le sue fondamenta.

E ad ogni buon conto, come già detto, delle imprese del Medeghino non ho trovato la benchè minima traccia in testi scolastici ufficiali della mia epoca: totalmente ignorato dagli storici. Eppure gli andrebbero sicuramente attribuiti almeno due meriti. Come il Valentino tentò nel centro-nord Italia, così quello del Medeghino potrebbe anche essere interpretato come un tentativo simile di creare uno stato unitario e forte, qui al nord, escludendovi ingerenze straniere. Inoltre al Medeghino, avendo bloccato i Grigioni al di là delle alpi, va comunque e in ogni caso attribuito il merito di aver fermato il protestantesimo fuori dalle porte d'Italia, lasciandolo relegato in territorio svizzero.

E il Medeghino fu bandito o principe? nella prima ipotesi è giusto ricordare che tra le sue imprese banditesche si annoverano anche rapimenti a scopo di estorsione (per ricavare mezzi necessari a pagare la soldataglia). Nella seconda è utile ricordare un episodio storico legato alle monete di sua coniazione (l'episodio è ricordato anche dall'Arrigoni). Durante uno dei tanti assedi subiti fu costretto a coniare monete (ne aveva avuta l'autorizzazione da parte di Carlo V) perfino col cuoio, o comunque con metalli di scarso valore, ma coniati con un alto valore facciale. Obbligò la gente ad accettarle, sotto pena di punizioni assai severe, finanche la morte, con l'impegno però di redimerle ad assedio concluso. Terminato il quale, il Medeghino, come promesso, si era accinto a cambiare quelle monete con quelle "giuste", ma nessuno le volle riconsegnare, tenendole e tesaurizzandole a ricordo di quel periodo. Quelle monete fanno ora ancora parte di intensa ricerca da parte di collezionisti professionisti.

Principe o bandito che sia stato, il corpo del Medeghino riposa all'interno del Duomo di Milano, dove suo fratello, Giovanni Angelo, divenuto papa Pio IV, gli aveva fatto erigere la seguente magnifica tomba monumentale.

Dal Diario del 21 settembre 2010

sabato 9 febbraio 2013

La Via del Ferro


Valvarrone - Tremenico - foto dal sito Ecomuseo della Valvarrone

Volevo scrivere un post a completamento dei tre brani che ho trascritto dal libro di Enrico Baroncelli, La Valle del ferro (questi i brani), ma il racconto sulla Via del ferro, parte integrante della storia della Valle, mi ha entusiasmato a tal punto da farmi deviare dal proposito iniziale. In Italia ci sono tante altre vie o valli con questi toponimi, ma la valle di cui si parla in questo post è quella che si estende tra la Valsassina e la Valvarrone.

Nel VI secolo A.C. fu forse un gruppo di etruschi, spintisi fino a quelle latitudini, ad introdurre in quelle valli il metodo di estrazione del ferro da rocce metallifere; aveva così inizio la vocazione mineraria della vallata. Una vocazione che procede tuttora nel distretto manifatturiero di Premana, dove ogni casa è un laboratorio per la lavorazione del ferro. Nel paese vengono prodotte forbici per le quali è famosa Premana nel mondo.

La storia plurimillenaria delle miniere della Valsassina e Valvarrone, nel Seicento e Settecento s'incrocia con quella di due potenti famiglie della valle, i Monti e i Manzoni, che in quel periodo ebbero un ruolo primario nelle vicende geo-politiche della valle. Nel 1647 la Valsassina era stata infeudata per la prima volta nel corso della sua storia, e il primo feudatario fu un Monti, il quale, per vanagloria, assieme al feudo aveva pure acquistato il titolo nobiliare di Conte, conte don Giulio Monti. Dalla famiglia Manzoni, proprietaria di quasi tutti i forni della Valvarrone, nascerà Alessandro Manzoni. Ma queste sono belle storie che riprenderemo eventualmente in altri post, qui ci occupiamo di storia mineraria della valle.


Premana. Il rudere è ciò che rimane di una vecchia fucina. Vicino ci sono anche i forni che servivano a fondere il ferro scavato dalle miniere della vallata (Foto di Donata Barin)

La Via del ferro, questa via del ferro, da non confondere con altre, ha avuto anch'essa origini nell'Età del Ferro, e precisamente tra i secoli VI - II A.C., forse ad opera di etruschi che s'erano spinti fino a queste latitudini, sul Monte Varrone, la montagna alle spalle di Dervio, località del Lago di Como situata tra Bellano e Colico. La presenza di etruschi sul Varrone pare sia ancora avvolta nel mistero, non essendo stato trovato alcun reperto che lo comprovi. E' invece certo che a loro si sovrapposero gruppi di Celti-Liguri, i quali dovettero poi lasciare il campo a popolazioni barbare provenienti da nord. Seguirono i Galli, padroni della zona fino all'arrivo dei romani, avvenuto nell'anno 196 A.C., con le legioni di Claudio Marcello. Anzichè combatterli e cacciarli, quei romani optarono per la pacifica convivenza con i Galli, formando così un nucleo misto di Gallo-Romani, contemporaneamente presenti anche a Milano. Per le miniere di ferro della Val Varrone iniziava un periodo d'intenso lavoro, durato incessantemente fino al termine dell'età viscontea. Nell'Età Romana, i lavori più pericolosi e massacranti - scavo nelle miniere e trasporto del materiale alle fornaci - veniva fatto svolgere da schiavi che i romani avevano strappato dalle loro terre.
La via del ferro della Valvarrone era una ragnatela di sentieri e mulattiere rimaste attive migliaia di anni, che partivano dalle cave sparse per i monti, per confluire a fornaci parecchio distanti. Tragitti lunghi, quindi, e assai faticosi, tanto che un cavallo, carico di rocce da colare, pesanti l'equivalente odierno di circa 160 kg, poteva fare un solo viaggio al giorno.

Nel Settecento le fornaci della Valvarrore in totale erano 6, e quasi tutte di proprietà dei Manzoni. Dai punti di colatura quasi tutto il ferro prodotto prendeva la via per Milano. Non essendoci strade, ma solo sentieri fino al 1832, quando gli austriaci inaugurarono la strada militare per lo Stelvio, divenuta poi l'attuale provinciale 72 Lecco - Colico (vedi alla voce Sentiero del Viandante), le merci viaggiavano via lago fino a Como, per poi giungere a Milano tramite l'antica arteria viaria costruita ancora in età Romana quasi 2000 anni prima. Per ridurre la durata, e alleviare la fatica per quel genere di trasporti, Ludovico il Moro ordinò l'apertura del naviglio della Martesana (originariamente nato solo per scopi irrigui) al passaggio di barconi mercantili. In tal modo il traffico fu dirottato gradatamente a Lecco. Da lì le merci potevano giungere direttamente alla Darsena di Milano, col solo disagio per un doppio trasbordo nei pressi di Paderno d'Adda (vedi alla voce Leonardo al MUST di Vimercate). Nei pressi della Darsena erano dislocati tutti gli utilizzatori di quelle merci, nel nostro caso il ferro, raggruppati in vie che già in epoca viscontea portavano nomi che richiamavano ai loro mestieri: via Spadari, via Armorari, ecc.

L'assenza di una vera rete viaria rendeva sempre meno conveniente la produzione locale, a favore di altri concorrenti regionali, tra cui le fornaci di Dongo, poste dall'altra parte del lago, sulla riva occidentale, che invece godevano di una funzionale viabilità stradaria fin dall'epoca romana, attraverso la Strada Regia (poi Strada Regina). E' quindi logico pensare che i porti di Dervio e di Bellano rivestirono grande importanza nei secoli, fino al 1832, poichè mancavano strade di comunicazione, e i commerci per Milano, sbocco privilegiato per le merci della Valsassina, si potevano svolgeve solo via lago. 


Forbici di Premana - foto mia

Curiosando.
Nel 1782 a Premana il Forno detto di San Giorgio "lavora quattro mesi ogni due anni, consuma ogni giorno 32 sacchi di carbone e cuoce 44 Cavalli di vena circa, da cui ricavasi circa Pesi 117 di Ferro crudo e pesi 3 di Ferro minuto".

Per far rilanciare il ferro della Valsassina, rendendolo più competitivo, sul finire del XVIII secolo gli austriaci costruirono la strada Taceno-Bellano.

Secondo il saggio-ricerca di Enrico Baroncelli, ferro della Valvarrone sarebbe stato impiegato per la costruzione del Teatro La Scala.

All'epoca dei Monti e dei Manzoni, si utilizzavano unità di misura totalmente diverse da quelle odierne. 
Estrapolate dai quaderni derviesi, a cura di Michele Casanova, ecco alcune unità di peso utilizzate per gli scambi commerciali.
Per il ferro si usava il rubbo, equivalente a 8,17 kg per la città di Milano, e 7,916 kg nella città di Como.


Cataste di legna ricoperte di terriccio per produrre carbone a legna
Foto di Donata Barin, dalla festa "Premana rivive l'antico"
  
Per il carbone, necessario per colare il ferro, si usava il moggio, corrispondente a varie libbre, unità di peso variabile, a seconda del genere di prodotto da pesare (esempio, un moggio di frumento corrispondeva a 340 libbre).
La libbra aveva anche due sottounità: libbra grossa (0,76252 kg a Milano); libretta (0,3268 kg a Milano).
I boschi della Valsassina venivano di norma tagliati ogni 30 anni, e da ogni pertica di bosco si potevano ricavare circa 63 moggia di carbone.

I Ferraini - cioè gli scavatori - siccome erano pagati a cottimo, per avere una maggiore mole di minerale da consegnare non facevano una cernita diligente. Buttavano dentro di tutto, e questo danneggiava il padrone, quindi l'impresa, che poi spesso chiudeva o falliva, anche a causa di questo sleale comportamento che ne abbassava la resa.

Nel 1783 il forno al Ponte Regio di Premana, di proprietà di Massimiliano Manzoni, dava lavoro a circa 150 persone. Lo aveva concesso in affitto fin dal 1775 a Francesco Mornico, il quale, nel 1788, vi produsse il primo acciaio italiano. Massimiliano e il poeta Alessandro Manzoni discendevano dall'avo comune Pasino Manzoni, valsassinese morto nel 1592.



La via del ferro - nell'interpretazione di Davide Van De Sfroos
 
Dal Diario del 18 dicembre 2011

mercoledì 6 febbraio 2013

La città e l'Acropoli di Cassino

 


Cassino, Brianza del Sud (*). E non solo metaforicamente, se pensiamo che nel 584 era stata invasa, e distrutta, unitamente al monastero di San Benedetto, da una branca dell'esercito Longobardo. Questo, che si era spinto fin lì, creando poi la Longobardia Minor, con centri a Benevento e Spoleto, riuscì a proseguire la sua secolare esistenza in quella terra, fin dopo l'arrivo dei Franchi di Carlo Magno. E soccombette solo ai Normanni.


Cassino, Brianza del Sud, intesa come sinonimo di operosità, se si pensa che la famosa Regola di San Benedetto, Prega e Lavora (Ora et Labora) è stata coniata sulle cime del suo monte: Monte Cassino (**). E lo ha dimostrato con le opere, di meritare questo appellativo. In dieci anni, dopo che i bombardamenti del 1944 avevano completamente rase al suolo città e monastero, nel 1957 Cassino e Montecassino (**) erano già state completamente ricostruite. E ciò appare incredibile, confrontando foto del 1957, dove si vede una grande città completamente ricostruita, con le documentazioni fotografiche del maggio 1944, dove appaiono solo spianate di ceneri e macerie. Le foto di cui parlo, sono visibili nel libro "Cassino e Montecassino 1943-2004", non pubblicabili, per via del copyright; ma molte di esse sono reperibili su Google Immagini. Un'idea della portata di quel disastro, è però possibile farsela, riportandoci ad un brano di quel libro: "alla fine del 1942 (la popolazione) ammontava a 21.275 residenti, ed era la seconda città della provincia di Frosinone per numero di abitanti. Nell'estate del '44 la distruzione al 100% di tutto il patrimonio abitativo urbano e rurale e del 90% di quello zootecnico, lo sfollamento in massa, la perdita di ogni bene avevano determinato lo spopolamento totale del territorio. Appare dunque incredibile che nel censimento del 4 novembre 1951 la città facesse già registrare 19.256 abitanti". Solo da una visita sul posto, si potranno avere l'esatta percezione dell'operosità congenita di quella popolazione, la quale, non a caso, fino al 1927 era inserita in una regione storico-geografica, posta tra il nord della Campania e il Basso Lazio, dall'emblematico nome di Provincia di Terra di Lavoro .

Appare così evidente la motivazione con la quale le abbiamo coniato l'appellativo di Brianza del Sud. Dalla fine dell'Impero Romano, Cassino e Montecassino sono state distrutte, e poi prontamente ricostruite, ben quattro volte: quattro volte in 1500 anni. A causa della sua ultima distruzione totale, Cassino è stata definita Città Martire. E a ricordo di quest'ultima distruzione e a monito circa la stupidità delle guerre, all'ingresso dell'abbazia di Monte Cassino troneggia la parola PAX, a caratteri cubitali, ad accogliere i visitatori. A tali fatti e avvenimenti del passato si è fatto cenno durante la presentazione del viaggio di Papa Benedetto XVI, del 24 maggio scorso a Cassino e Montecassino. E a futura memoria del memorabile incontro nel grande spiazzo principale di Cassino, la sua popolazione ha voluto dedicare a Papa Benedetto XVI l'intitolazione di quella piazza.La prima distruzione, come s'è detto, avvenne nel 584 ad opera dei Longobardi; erano trascorsi appena 55 anni, da che era stata inaugurata da San Benedetto. La seconda, perpetrata da parte dei saraceni nell'883, dopo che generazioni di monaci avevano atteso per anni alla sua ricostruzione. La terza distruzione avvenne 1349 ad opera di un violento terremoto che aveva scosso tutto il centro-sud Italia.


L'ultima distruzione, certamente la più micidiale e dolorosa, è avvenuta nel febbraio-marzo 1944, a causa dei massicci e tristemente famosi bombardamenti. Mentre le prime tre ricostruzioni andarono a rilento (la prima volta fu portata a compimento solo nel 717, la seconda nel 949 ), per la terza ricostruzione, quella che ci ha tramandato il monastero, ampliato e maestoso per come lo vediamo ora, si impiegarono soltanto 17 anni. Molto più celere, solo 10 anni, fu la ricostruzione conseguente al bombardamento aereo del 1944.Nel XXII canto del Paradiso, Dante fa l'apoteosi di San Benedetto, e della sua Regola, con terzine memorabili:


Quel monte, a cui Cassino è ne la costa,fu frequentato già in su la cimada la gente ingannata e mal disposta;e quel son io che su vi portai primalo nome di colui che 'n terra addussela verità che tanto ci sublima;



Sapendo dell'incursione barbarica del 584, il lettore frettoloso potrebbe essere indotto a pensare che quei versi (la "gente ingannata e mal disposta") si riferiscano ai longobardi che frequentarono l'acropoli cassinese ("già in su la cima"), distruggendola. Gli eccellenti commentatori danteschi, ci illuminano, invece, sul fatto che quella "gente ingannata e mal disposta" era la popolazione romana del Cassinate, che credeva nelle divinità pagane e che saliva alla sommità dell'acropoli per andarle ad adorare. Sulla sommità di quel monte, dove ora c'è l'abbazia di Montecassino, c'era, dunque, in epoca romana, un santuario dedicato al dio Apollo. Dev'essere stato sontuoso e di enormi dimensioni, se storia e Dante ci dicono che sopra le sue rovine San Benedetto vi costruì il primo e più grande monastero cristiano al mondo. Ma poco o nulla ci è dato di sapere di quel sito. Ci possiamo aiutare molto con l'immaginazione, facendo accostamenti e similitudini col tempio a Giove-Axun di Terracina, in provincia di Latina, e col santuario di Palestrina, in provincia di Roma, del quale parla Aretusa nel suo ultimo post. La fototeca allegata al post è di grande aiuto per comprendere la grandezza e l'importanza dei santuari romani, ed, in particolare, del santuario dell'acropoli di Monte Cassino. Casualmente, i due siti archeologici si trovano entrambe a circa 100 km di marcia dal monastero di Montecassino.Il santuario romano-pagano di Terracina, la cui sommità è visibile anche ad occhio nudo dalla sua bella spiaggia, è quello che, più di ogni altro, può dare un'idea di come potrebbe essere stato il tempio di Apollo, sulle cui rovine San Benedetto ha edificato il suo primo monastero. Anche se Cassino non è propriamente annoverata tra le città d'arte, e anche se delle vestigia romane è rimasto ben poco, perchè andato perso nel corso delle quattro devastazioni subite, essa deve comunque aver avuto un ruolo molto importante in epoca romana. Trent'anni fa, in occasione di una mia visita, importanti opere risalenti all'epoca romana, sembravano ancora in stato di completo abbandono. Ciò era dovuto a carenza di forze, diversamente impegnate nella ricostruzione post-bellica. Oggi, alcune di tali opere sono state restaurate e restituite alla fruibilità di cittadini e visitatori. Tra queste vi è sicuramente la Rocca Janula (vedi foto a destra) una possente opera difensiva, risalente alla fine del primo millennio. Altre opere restaurate sono: il Teatro Romano, l'Anfiteatro romano e la Strada latina romana lastricata, delle quali sono visibili le foto. Per i 22 km di acquedotto romano, per le Terme di Varrone, per il Ninfeo bisognerà forse attendere ulteriori opere di restauro. A completamento della ricostruzione mancherebbe forse un ultimo tassello: il ripristino e la ricostruzione della funivia a campata unica, che col suo salto mozzafiato di oltre 400 m, quasi in verticale diretta, portava pellegrini e turisti direttamente all'Abbazia in soli 7 minuti. Era stata inaugurata il 21 maggio 1930; distrutta durante la guerra, non è più stata ricostruita. Una curiosità storica. Nell'Anfiteatro romano di Cassino avvenne la tappa di un drammatico fatto d'armi, con epilogo a Benevento. Nel 1266 vi si asserragliarono gli uomini di Manfredi, nel tentativo di resistere all'invasore angioino. La vicenda terrena di Manfredi, e quella vicenda conclusasi a Benevento con la sua morte, sono mirabilmente ricordate nel più bel Canto del Purgatorio: il III Canto: "biondo era e bello e di gentile aspetto", e qui un altro stralcio .


(*) Nel 1971 con l'inaugurazione dello stabilimento FIAT di Cassino, si è posto fine al processo migratorio delle genti di quella terra. Anzi, da allora si innescato un processo inverso di ritorno. Ancora oggi, giovani della terza generazione di immigrati da quella terra, hanno avuto la forza e il coraggio di intraprendere il viaggio contrario di quello che aveva fatto immigrare i loro nonni. (**) Non a caso ho voluto scrivere Montecassino nelle due versioni alternate: Montecassino e Monte Cassino. Ciò a seguito della falsariga tracciata da Wikipedia ed anche perchè Giuseppe Bottai, ministro dell'Educazione Nazionale dal '36 al '43, in un suo saggio su "L'ideale romano e cristiano del lavoro in San Benedetto", la cita sempre col nome sdoppiato: Monte Cassino.

Dal Diario di giovedì 18 giugno 2009

martedì 5 febbraio 2013

Teodolinda Regina dei Longobardi

Dal Diario di venerdì 15 maggio 2009




Una nuova provincia s'affaccia ai nastri di partenza, fissata per il 6 e 7 giugno prossimi. Cinquantacinque comuni della provincia di Milano si sono uniti per dar vita alla provincia di Monza e Brianza. Questo post è dedicato a lei.

Il 15 maggio 589, a Verona, nell'accampamento dei Longobardi, di fronte ai cavalieri addobbati e schierati per il grande evento, venivano officiate le nozze fiabesche tra il loro re Autari e la giovane fidanzatina Teodolinda; da quel giorno Teodolinda sarebbe entrata a pieno merito nella storia e nella leggenda. Storia e leggenda di alti e bassi. Bassi, come quado Dante la ignorò o dimenticò di citarla nella Divina Commedia. Colpa non tutta sua, forse, perchè i Longobardi, come prima di loro i Celti, tramandavano solo oralmente le loro storie, e può darsi che a Dante, dopo circa 600 anni dalla morte di Teodolinda, delle storie di lei non fosse pervenuto nulla; altrimenti l'avrebbe sicuramente cantata nel Paradiso, creando per lei versi intuitivamente entusiastici e di facile ispirazione. E' singolare la storia della regina Teodolinda: acclamata, protetta, benvoluta dal suo popolo, ma anche da popolazioni italiche, conquistate con la forza dall'esercito dei longobardi invasori, e sottomesse alla mercè del loro arbitrio. La popolazione italica che più di tutte è stata avvinta dal carisma di Teodolinda, è stata quella brianzola, e in particolare Monza, che in particolari momenti della sua storia, aveva pensato perfino ad una sua santificazione.

Teodolinda, figlia di Garibaldo, duca di Baviera, re dei Bavari, entra nelle cronache alto medioevali, tanto spesso tragiche e sanguinose, nei panni di una principessa da favola. Già quando Paolo Diacono, ascoltando la poesia orale del suo popolo, trascrisse sulla pergamena tradizioni e leggende, sottolineò come la regina, con il suo operato, fosse benvoluta sia dal popolo sia dai grandi di quell'epoca.


Il merito di Teodolinda fu quello di spianare la strada all'integrazione fra Longobardi e Romani, poichè attraverso coraggiose scelte di carattere religioso, portò pace e benessere alle terre da lei governate. La pace tra Longobardi e l'Impero Romano fu un impegno costante che venne benevolmente accolto anche attraverso contatti epistolari con Gregorio Magno. La sua collaborazione con il Papa non si svolse solo sul piano religioso, ma anche su quello politico. I loro sforzi congiunti favorirono un accordo che garantì una pace decennale nel VII secolo. Gregorio serbò riconoscenza alla regina per il suo impegno sociale e politico, e le inviò numerosi doni per suggellare il rispetto e l'amicizia.

Il popolo, colpito dalla straordinaria figura della regina, celebrò attraverso racconti e leggende la potenza e la bellezza di questa affascinante sovrana Longobarda.
Eccellente cavallerizza, era giunta a Verona col suo sfarzoso seguito e il 15 maggio 589, e nel campo di Sardi, presso Verona, dov'era schierato l'esercito longobardo, avvennero le nozze tra Teodolinda e il re longobardo Autari.

A Pavia, conquistata anni prima da Alboino, e scelta quale capitale del Regno Longobardo, giunse Teodolinda, forse nella stessa estate di quell'anno 589. Ma essendo abituata al clima più fresco e temperato della sua Baviera, si trovò forse impacciata al clima estivo di Pavia, caratterizzato da elevata umidità, essendo Pavia nel basso della Pianura Padana lombarda e proprio a ridosso del fiume Ticino.

All: http://untourperpavia.blogspot.com/ Fu forse per la torridezza del suo clima estivo, che, durante il suo periodo di reggenza, Teodolinda fece spostare la capitale da Pavia a Milano, creando poi a Monza la residenza estiva, dove il clima è indubbiamente ancora migliore.

E al nome moderno della città di Monza (Modicia per gli antichi Romani) è legata una delle leggende più diffuse, create intorno la figura di Teodolinda. Ne circolano di varie versioni, che si differenziano solo per la località di partenza da cui Teodolinda iniziò la famosa passeggiata a cavallo, che poi la stancò, facendola assopire e quindi sognare.

Già il fatto che il luogo di partenza della passeggiata a cavallo sia diverso tra le varie versioni, la dice lunga sul valore storico delle leggende, ma insegna anche che la Regina aveva saputo circondarsi di un tale affetto dalle sue popolazioni che andava spesso a visitare in groppa al suo cavallo, tanto da diventare poi per loro un mito. Si può pertanto affermare che ogni borgo, ogni paese della Brianza abbia una leggenda che la lega inestricabilmente al suo mito.La leggenda del nome dato a Monza, narra che
"Teodolinda si era da poco convertita al cattolicesimo e una notte, in sogno, le apparve il Salvatore che le disse di costruire una chiesa nel luogo dove le sarebbe apparsa una colomba. Teodolinda si svegliò e decise che avrebbe seguito il consiglio avuto nella notte. Un giorno, uscendo dal castello di Pavia, andò a caccia nel territorio di Monza e, mentre cavalcava nella foresta, stanca, si fermò a riposare lungo le rive del Lambro, all'ombra di un albero. Appena addormentata, in sogno, le apparve la bianca colomba che si fermò poco lontano da lei, indicandole dove avrebbe dovuto costruire l'edificio religioso".

Nella cappella all'interno del Duomo di Monza (nella foto a destra), sono affrescate quarantacinque scene della vita della regina Teodolinda e tra queste vi è quella riguardante questo sogno. Il pittore, descrivendo questa scena, ha realizzato la figura della regina e l'immagine della colomba con le parole che vennero pronunciate dai rispettivi personaggi che sono: Modo (qui) ed Etiam (si). Dalle due parole pronunciate dalla colomba e dalla regina si formò il nome di Modoetia (Monza)." (*)Il personale interessamento alla figura della regina Teodolinda, risale al tempo della mia giovinezza, quando sentivo raccontare ciò che ancora rimaneva delle antiche leggende sulla chiesetta romanica-medievale di Sant'Eusebio, a Cinisello Balsamo, incentrate tutte intorno la figura della mitica regina longobarda. L'interesse si è riacceso più tardi quando, nella Storia di Nova Milanese, mi sono imbattuto in due leggende: quella più conosciuta, riguardante la "Strada della Regina" (**), che passa per Nova, e, quella meno nota, sulla chiesetta dell'Assunta, di Grugnotorto, frazione di Nova Milanese, che la leggenda vuole sia stata voluta dalla regina Teodolinda (**).








Bibliografia: In Brianza sulle tracce di Celti e Romani (Donatella Mazza); Teodolinda regina dei Longobardi (Antonello Marieni) (*); Teodolinda la Longobarda (Alberto Magnani - Yolanda Godoy); Storia di Nova (Massimo Banfi - Angelo Baldo) (**). A dimostrazione del fatto che a Monza e Brianza l'interesse per la regina Teodolinda è più vivo che mai, domani, 16 maggio, in occasione della kermesse annuale regionale "Fai il pieno di cultura", a Palazzo Borromeo di Cesano Maderno verrà presentato un nuovo libro dall'emblematrico titolo: "Teodolinda il senso della meraviglia".
 

martedì 29 gennaio 2013

Marco D'Aviano e la battaglia di Vienna

Il suo Barbarossa è nelle sale, e Renzo Martinelli è già da tempo impegnato alla preparazione del suo prossimo film: Marco d'Aviano . Dovrebbe essere un film ancor più spettacolare del Barbarossa; infatti, se in questo ha dovuto ricostruire la Milano del XII secolo, nel Marco d'Aviano dovrà ricostruire la Vienna di fine '600. A rendere colossale il film, poi, ci dovrebbe essere la scena principale, la quale dovrebbe riguardare l'assedio di Vienna, iniziato il 12 luglio 1683 con l'arrivo delle prime avanguardie turche nei sobborghi di Vienna. La consistenza dell'esercito turco, al completo, è stata variamente valutata in 200.000 - 300.000 uomini, ma è più verosimile fossero all'incirca 140.000. Ammettendo per buono questo dato, sarebbero comunque stati il doppio rispetto alla coalizione formata da forze austriache, sveve, bavaresi, sassone, francone assommanti a 70.000 uomini, di cui 30.000, ben addestrati, provenivano dalla sola Polonia, comandati da re Giovanni Sobieski. I preparativi per la battaglia furono intrapresi la sera dell'11 settembre; l'indomani, domenica 12 settembre 1683, ebbe luogo quella che viene ricordata come la battaglia di Vienna ; una battaglia dal cui esito sarebbe dipeso il futuro corso della storia europea. In caso di vittoria ottomana, infatti, l'Europa sarebbe stata islamizzata di forza. E secondo il terribile progetto del gran visir Kara Mustafà, progetto che in Europa si credeva o si pensava di conoscere, questi aveva in mente di "espugnare Vienna e Praga, frantumare le forze di Luigi XIV sul Reno, e marciare su Roma per fare di San Pietro le scuderie del sultano".
Con un impiego di forze di quella proporzione, Vienna - assediata e parzialmente svuotata da suoi abitanti, datisi a precipitosa fuga nell'imminenza del pericolo - secondo quel progetto turco, sarebbe dovuta capitolare in pochi giorni. Invece resistette ad oltranza, dando così modo alla coalizione amica di organizzare gli aiuti. I viennesi sentivano che la posta in gioco era troppo grande: Vienna era considerata l'ultimo baluardo contro l'avanzata irrefrenabile dell'islam, che era culminata nel 1453 con la conquista di Costantinopoli (ora Istanbul) da parte dei turchi ottomani; impresa che aveva posto fine all'Impero Romano d'Oriente, o Impero Bizantino.
Il regista dovrà anche saper rappresentare il terrore patito dal popolo viennese durante i tremendi due mesi dell'assedio: "i bastioni non erano fortificati e muniti, i cannoni scarseggiavano, mentre dall'alto delle mura gli assediati potevano vedere le tende mussulmane che si stendevano a perdita d'occhio nei dintorni". Il terrore dei viennesi veniva anche alimentato dai racconti di quanto avvenuto 112 anni prima, nel 1571, nell'isola di Cipro, presa ai veneziani dall'assalto dei turchi. Era successo un fatto terrificante, di bestialità e crudeltà inaudita, oggi minimizzato e quasi trascurato dalla storia; una storia di cui rimando la lettura attraverso Wikipedia, riguardante l'assedio di Famagosta e l'orribile assassinio del suo Capitano Generale Marcantonio Bragadin , nonchè Governatore di Cipro (il fatto è descritto molto bene nel libro di Catherwood Christopher, "La follia di Churchill, l'invenzione dell'Iraq". Questi, con dovizia di particolari, ha descritto le atrocità compiute dai turchi ottomani che occuparono l'isola, e l'orribile fine cui fu sottoposta la numerosa scorta di Bragadin, andata là con lui in pompa magna, come fossero andati ad una festa, per firmare la resa e consegnare le chiavi della città. Erano completamente disarmati, in segno di pace). Tale fatto dovrebbe essere ricordato nel futuro film di Martinelli su Marco d'Aviano, per far capire agli spettatori la ragione di così grande paura nei confronti dei turchi ottomani. Famagosta, dopo 22 anni di ininterrotto assedio - forse il più lungo della storia - dovette capitolare, per stenti e fame; nè i residenti potettero contare su aiuti di esterni, o della madre patria Venezia, perchè impegnati nei preparativi per quella che sarebbe poi stata la battaglia che tanto ha influito sul successivo corso della storia: la battaglia di Lepanto , avvenuta il 7 ottobre 1571.
A padre Marco d'Aviano andrebbe riconosciuto il merito maggiore per la vittoria delle forze cristiane su quelle islamiche nello scontro decisivo di Vienna; lo si può intuire anche leggendo la sua biografia, unita agli atti per il processo di canonizzazione ( biografia di padre Marco d'Aviano ) . Eppure, nelle enciclopedie, nei libri di storia delle scuole superiori, almeno quelli più retrodatati, Marco d'Aviano non viene nemmeno citato. Completamente trascurato. Ne è riprova il fatto che, chiedendo in giro chi sia Marco d'Aviano, pochi o nessuno saprà rispondere; dovrebbe essere almeno conosciuto in Polonia e in Austria, sua patria adottiva, e soprattutto a Vienna, dove è sepolto, vicino ai reali d'Austria. Una rivalutazione, una riscoperta del beato, da quelle parti, pare sia però avvenuta solo di recente; prima, sembra sia stato dimenticato anche là. Infatti, quando nel 1883 "si celebrò solennemente il secondo centenario della liberazione di Vienna, nei discorsi e nelle commemorazioni di circostanza non ci si ricordò nemmeno di un certo padre Marco d'Aviano, il quale era stato, vedi combinazione! - una delle cause determinanti della grande vittoria che aveva salvato Vienna, l'impero, l'Europa. Dato il tempo e il luogo, non si può certo dire che si trattasse di un silenzio casuale". E sarà forse stato anche per la probabile venerazione di cui dovrebbe godere in Polonia, che papa Wojtyla, il papa polacco, prima di morire, ha voluto beatificarlo, domenica 27 aprile 2003, chiudendo il lungo processo di beatificazione e canonizzazione . Durato 300 anni, era iniziato nel 1703, dopo appena 4 anni dalla morte di padre Marco d'Aviano (beatificazione di padre Marco d'Aviano).

Marco d'Aviano, una vita da santo eroico, tutta spesa per la conservazione dell'indipendenza politica e religiosa dell'Europa dall'invadenza islamica turca ottomana. Santa, la prima parte della vita, anche per i miracoli documentati, che gli sono stati attribuiti; defatigante la seconda, per i numerosi viaggi - molto disagevoli per quell'epoca - compiuti per raggiungere le corti d'Europa, ove era molto richiesta la presenza di un frate già in odore di santità; santa ed eroica la terza ed ultima parte della vita, per la sua onnipresenza sui campi di battaglia, da Vienna, Buda, Belgrado, per sostenere e incoraggiare i soldati, spronandoli a combattere eroicamente per la salvezza del cristianesimo, e, con esso, dell'Europa.

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Dal Diario del 22 ottobre 2009